TEATRO CARLO FELICE - CAVALLERIA RUSTICANA - PICCOLA IRENE


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TEATRO CARLO FELICE - CAVALLERIA RUSTICANA - PICCOLA IRENE

dal 18.05.2012 al 31.05.2012

Che fine ha fatto la piccola Irene?, opera da camera in un atto di Marco Betta, libretto di Rocco Mortelliti, da "Le inchieste del Commissario Collura" di Andrea Camilleri
Cavalleria rusticana, opera in un atto di Pietro Mascagni, libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, dalla novella di Giovanni Verga
  
Che fine ha fatto la piccola Irene?
Andrea Camilleri è l’autore della novella da cui è tratta l’opera "Che fine ha fatto la  piccola Irene?", che, per una volta, sostituisce Pagliacci nell’abbinamento a Cavalleria. La vicenda ha per protagonista Cecè Collura,  personaggio camilleriano meno noto di Montalbano, commissario di bordo su una nave da crociera. Collura, qui, si trova ad indagare sul mistero di una madre, Laura Spoto, che crede ancora viva la figlia Irene nonostante questa sia scomparsa da anni. L’enigma nasconde una verità triste e patetica che mostrerà tutta la comprensione umana e il senso di pietà del commissario Cecè. Rocco Mortelliti, che ha trasformato il racconto di Camilleri in libretto d’opera, ha così commentato il dramma di Laura Spoto: “È il segno della follia che s’insinua nel nostro quotidiano, ma anche della chiusura della società e delle sue nevrosi, una riflessione sulla solitudine, che è un po’ la malattia
del nostro secolo.” La musica è del compositore Marco Betta, classe 1964, siciliano come Camilleri, e allievo, tra gli altri, di Salvatore Sciarrino. Atto unico di circa una cinquantina di minuti, "Che fine ha fatto la piccola Irene?" è andata in scena per la prima volta nel luglio 2003
all’Accademia Chigiana di Siena.
 
Cavalleria rusticana
Il 17 maggio 1890, quando al Teatro Costanzi di Roma debuttò Cavalleria rusticana, Pietro Mascagni fu il primo a stupirsi dell’enorme successo di quell’atto unico di un’ora e un quarto che aveva composto in appena due mesi per partecipare ad un concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno (concorso che vinse). Neanche lui, insomma, che ambiva a scrivere opere monumentali sul solco della tradizione melodrammatica italiana, si era accorto che componendo Cavalleria stava per dare al pubblico operistico dell’epoca qualcosa di nuovo di cui, evidentemente, aveva bisogno da tempo. Non più, come sfondo, ricostruzioni storiche suntuose e ambientazioni altolocate, ma un realistico paesino della  Sicilia di fine Ottocento. Niente complicati intrighi di palazzo, ma una schietta vicenda di passione, gelosia e tradimento, conclusa da un delitto d’onore. Con grande fiuto Mascagni associò alla storia tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga una musica altrettanto spontanea, senza
alcuna altra pretesa se non quella di rappresentare nel modo più immediato e diretto possibile i sentimenti che spingono tutti i personaggi  coinvolti al tragico finale. Melodie che scorrono fluide come quelle delle canzoni popolari, armonie semplici ed avvolgenti, ma, soprattutto,  l’irruzione nel canto della parola parlata in modo da toccare il livello massimo di verità rappresentativa. Non a caso, i due momenti più celebri dell’opera sono l’Intermezzo strumentale, trionfo di melodia allo stato puro, e il grido delle popolane su cui cala il sipario, quell’“Hanno ammazzato compare Turiddu!” che è diventato quasi il simbolo stesso del verismo in musica. La sfida e il fascino dell’allestimento genovese è l’aver coinvolto Andrea Camilleri, il creatore del commissario Montalbano, nell’ideare la messa in scena della “sua” Cavalleria. A curarne la realizzazione sarà il regista Rocco Mortelliti.

 


 


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